
Parlare di mafia è spesso un tabù che mette ancora paura. Cagnano , location nel 2010 di un duplice omicidio ma anche di faide e illegalità, ha ospitato il procuratore capo di Lucera Domenico Seccia per la presentazione del suo volume ‘La mafia innominabile’, una riflessione ma anche un augurio per una nuova pagina della storia del territorio per il 2012. L’incontro, che si è tenuto nell’aula consiliare del comune garganico giovedì scorso ed organizzato dall’Associazione Culturale Schiamazzi, dal blog ‘Amara Terra Mia’ e dalla Casa editrice ‘La Meridiana’.
Il comune garganico, che è passato da 9158 residenti del 1991 ai 7594 del luglio dello scorso anno secondo l’Istat, è stato teatro della mafia senza però esserne epicentro (non ci sono clan cagnanesi al momento). La volontà di un nuovo corso rappresentata dalla presentazione di Seccia in realtà si accompagna ad un’altra voglia di cambiamento di un pese che negli ultimi due decenni ha visto una vera e propria emorragia umana. Una politica che spesso si è fermata al semplice attacco personale senza mettere sul tavolo proposte serie di sviluppo e un individualismo che ha frammentato il tessuto sociale minacciando giorno dopo giorno la vita delle poche associazioni che cercano di cambiare le carte in tavola. Ma è proprio da un nuovo associazionismo che Cagnano vuole ripartire. Consapevolezza ma anche un mea culpa che porti tutti a prendersi le proprie responsabilità: un nuovo punto di partenza, una sorta di anno zero; che sia la mafia o la decadente rotta da cambiare il nemico da combattere è un dettaglio che viene dopo.
“Viviamo in un periodo in cui vediamo dei movimenti popolari di indignazione alle mafie- asserisce Don Luca Santoro, prelato presso la Parrocchia Santa Maria della Pietà di Cagnano e responsabile dell’Azione Cattolica per la diocesi di Manfredonia sta di fatto che se cominciamo a nominare la mafia, iniziamo anche a fare i conti con essa, puntando ad una educazione alternativa alla cultura mafiosa e qui a Cagnano c’è una dimensione troppo individualistica della vita.” E l’associazionismo si è rivelata finora la medicina vincente, come a Vieste: presente era infatti anche l’associazione Antiracket il suo presidente Giuseppe Mascia che commenta così la presentazione del volume: “Per troppo tempo c’è stata una sottovalutazione del fenomeno mafioso, vissuto, appunto, come una cosa che non andava neanche nominata: mentre si sottovalutava il tutto, sul territorio si erano creati i rapporti per controllare il territorio, il tutto accompagnato da un letargo sociale. Per questo bisogna innanzitutto parlarne”. Un altro appello alla coesione sociale per lo sviluppo e contro la mafia viene lanciata da uno degli storici avvocati cagnanesi, Sabatino del Priore, classe 1949: “Non possiamo essere tutti amministratori di giustizia ma di certo possiamo fare il primo passo dell’educare i nostri figli, dobbiamo ricordarci che come società ‘Siamo tutti un corpo unico’ come diceva Seneca. Un paese come Cagnano manca di una realtà di associazionismo, io stesso trentacinque anni fa tentai di avviare un’associazione ma senza successo e questo eccessivo individualismo ci rende più vulnerabili all’illegalità. Nel volume viene sottolineata l’omertà e l’indifferenza con cui la gente passava sulla scena dei delitti, spostando i proiettili solo perché davano fastidio al passeggio: bisogna prendere coscienza della situazione e capire che insieme si posso arginare certi fenomeni. Nel libro si parla anche di Rosa Lidia Di Fiore, moglie di un boss mafioso e poi compagna del boss della parte avversa che ha deciso di salvare i suoi figli da quel mondo: la scelta più che da una ragione utilitaristica è stata compiuta grazie ad una educazione forte ricevuta dalla famiglia- racconta l’avvocato- veniva da una famiglia onesta che non aveva mai infranto la legge. Purtroppo- continua il legale- siamo assistendo ad un processo di allontanamento dei cittadini dalla giustizia, partito dalla soppressione delle preture che consentivano una maggiore presenza dello Stato sul territorio. I tempi della nostra giustizia sono ancora troppo lunghi e la gente è sfiduciata. Inoltre gli attuali disegni di legge che portano all’accorpamento delle procure non potranno che peggiorare questa situazione.” Insomma mentre lo scenario sembra sempre più buio Cagnano dovrebbe ripartire proprio da giovedì scorso, con l’entusiasmo del gruppo di giovani che ha assistito all’incontro col procuratore. Ma entusiasmo pratico, servono i fatti (elemento sottolineato anche dal procuratore). E come diceva Walt Disney: “ l’unico modo per iniziare a fare qualcosa è smettere di parlare e iniziare a fare”.
Seccia: ‘Intrappolati nella gabbia dell’ideologia dei boss invincibili’ –“La gente ha bisogno di fatti non di parole”. Esordisce così, con un pubblico cagnanese entusiasta l’intervento del procuratore di Lucera Domenico Seccia. “ Ho scritto questo libro perché sul tema della mafia garganica c’è molta disinformazione: l’hanno sempre definita faida ma non si sono accorti del fatto che la malavita non è più un fatto di singole famiglie. È un problema che possiamo datare al 1979 ma che ha origini molto più profonde, forse anche al brigantaggio. I problemi nell’affrontare il fenomeno sono soprattutto due: la logica dell’altrove, perché tutti pensano che la mafia non riguarda il proprio territorio, e il cinismo e l’indifferenza davanti alla morte”. Seccia, tra i primi ha indagato l’esistenza di una mafia fino ad allora negata finanche con le parole, utilizzando il termine “faida” al posto di “mafia”, e rimandando così ad una minimizzazione e ad un isolamento non solo linguistico ma anche fattuale dell’episodio criminoso. Ha ottenuto questo riconoscimento per via giudiziaria con sentenze che hanno decretato ufficialmente l’esistenza della mafia garganica. Tutto questo è raccontato nel volume La Mafia Innominabile, pubblicato dalla edizioni la meridiana nella collana passaggi . L’autore ricostruisce la genesi di questa lunga guerra mafiosa che ha visto contrapporsi nella città di Monte Sant’Angelo i clan dei Li Bergolis da una parte e quello dei Primosa-Alfieri dall’altro dando vita ad omicidi plateali quasi sempre conclusi con colpi sul volto della vittima per sfigurarla e renderne impossibile l’omaggio dei parenti, come estremo sfregio e disprezzo per il morto. Una mafia dalla lunga memoria, capace di serbare rancore e perpetrare vedetta dopo molti anni. Una mafia che si tramanda di padre in figlio per difendere l’onore della famiglia e della propria “roba”. Dice Seccia: “La regola è “se tocchi la roba mia sei morto”. La roba è la roba che passerà al tuo sangue e che si è ricevuto dal proprio sangue. Il confine della terra è il confine del tuo corpo”. Una mafia “montanara” (inizialmente arroccata nei paesi interni di Monte Sant’Angelo e San Nicandro Garganico) che, approfittando dell’assenza dello Stato, si è spostata a valle coinvolgendo i paesi di Vieste a Manfredonia dando origine a quella che Seccia definisce la seconda mattanza. Ed è proprio la disaffezione dello Stato ad aver permesso lo strapotere dei clan criminali sul Gargano: “Nella partita con la sovranità sul Gargano, finora lo Stato non ha ancora vinto. Per lunghi tratti la partita non è stata nemmeno giocata, perchè si è stati intrappolati nella gabbia dell’ideologia della mafia invincibile. O perchè si è ritenuto che la forza mafiosa incarnasse, in questo territorio, la legge di tutti. Certo la mafia garganica non è quella siciliana o calabrese né gli somiglia però il fatto che i boss garganici abbiano ospitato i latitanti delle altre mafie deve farci riflettere”. La Mafia Innominabile ricostruisce gli eventi, le terribili vendette, la tribalità degli episodi avvenuti quasi all’interno di un vuoto istituzionale. E’ partendo dalla memoria e ribadendo la centralità della testimonianza che si può dare vita ad una nuova fase di conoscenza e superamento dell’assurdo fenomeno.
“Vi siete chiesti perché Foggia è stata declassata a ultima provincia d’Italia per qualità della vita? Perché Foggia è in mano ai delinquenti ed è naturale che è diventata invivibile- conclude Seccia- Serve un’antimafia sociale affinché con coraggio vengano riaffermati i diritti e i doveri di ogni cittadino”.
Domenico Ottaviano
L’Attacco




